Recensione: “Come delfini tra pescecani” di François Morlupi

Un nuovo inizio fa capolino splendente in quella che apparentemente dovrebbe essere una giornata come le altre.

Non per il Signor Gordi, che ha invece preferito farsi illuminare dal mattino con il corpo a penzoloni e un cappio attorno al collo. Se n’è andato solo, come la vita che stava trascorrendo da tempo, intervallata soltanto dalle consuete faccende domestiche della signora Vivian Abellana. Lei, che stava solo quantificando il tempo che la separava dal rivedere suo figlio, si trova a dover accogliere nel suo quotidiano e in quello di tutti i compaesani una tragedia inaspettata, bruciante, inspiegabile. La prima visibile di una lunga serie.

Monteverde non è pronta, troppo abituata al torpore monotono ma carico di certezze, come dentro a una bolla dove i fatti negativi sì avvengono ma con un certo metodo e raziocinio. Le emozioni, soprattutto quelle negative, non vanno risvegliate mai. Lo sa molto bene il commissario Biagio Maria Ansaldi, che da che ne ha memoria deve tenere a bada i pensieri per non farsi mordere dall’ansia. Lo sanno bene anche i suoi colleghi di lavoro, tutti alle prese con i propri personali demoni. Insieme, tutti loro, compongono i Cinque di Monteverde, gli unici individui che possono fare chiarezza nelle situazioni più buie.

Anche se questo vorrebbe dire andare contro a un sistema che nasconde il marcio sotto a una crosta inquietante di illusione e perbenismo.

Di storie macchiate con sangue e menzogne se ne sentono tante, sia attraverso uno schermo duro e insensibile, riflesso della realtà, sia attraverso le rassicuranti parole color inchiostro scritte su un foglio bianco e puro. Portano con sé l’odore dell’ingiustizia e lo straziante urlo della sofferenza, un’unione che va a comporre una spirale discendente di compromessi, sotterfugi, fraintendimenti e rimpianti. Spesso chi deve portare tutto alla luce è anche chi vorrebbe rimanere esterno a tutto, estraneo perfino nel suo stesso ambiente di vita, nonostante il proprio ruolo sia l’unico che s’incastra in mezzo al vuoto che si crea tra una domanda e una risposta.

Ansaldi sa di fare un lavoro in cui la competenza più grande è la risoluzione di un disagio, quello provato dalla cittadina che è costretta ad avere a che fare con l’ombra della morte. Posizione ingrata, soprattutto quando il bene comune non viene raggiunto, facendo dilagare un malcontento che sussurra odio e tormenta la notte. Lui ha fin troppo a che fare con tutto questo e scoprirne il passato diventa terribilmente affascinante, soprattutto in relazione con il suo presente e con le interazioni che ha con chi lo circonda. In un romanzo come questo in cui le indagini la fanno da padrone, diventano indiscutibili protagonisti i sentimenti, che svelano in modo originale e innovativo il significato profondo dell’essere, semplicemente, umani.

François Morlupi delinea tutto questo attraverso una scrittura che sprigiona energia a ogni pagina, intrigando fin dalle prime descrizioni e facendo totalmente entrare lo spettatore in sintonia con tutti i punti di vista di cui si ritrova a vestire i panni. Gli ambienti appaiono come una cartolina sempre più lucida, così come le vite di ogni personaggio che colpiscono nel profondo fino a far innamorare. Si parla di buoni e cattivi, ma questa distinzione ha poca importanza, soprattutto quando si è messi di fronte a motivazioni solide che spingerebbero chiunque ad agire com’è stato fatto. Ha davvero importanza etichettare le persone, soprattutto quando possono cambiare pelle rendendo insensati questi termini di sorta?

Un insegnamento crudo, racchiuso nel romanzo “Come delfini tra pescecani”, visibile fin da queste parole, messe una in fila all’altra tra le virgolette che ne determinano il titolo, fino a essere più nitido e incisivo una volta che il lettore avrà deciso di giungere, con una buona dose di coraggio, alla fine inevitabile.

Recensione: “Io non ti lascio solo” di Gianluca Antoni

Quali segreti oscuri può nascondere il diario di un bambino?

Si pensa sempre che i racconti messi per iscritto possano narrare avventure tra fantasia e realtà, mostrando così aspetti di una persona sorprendenti e positivi, che solo grazie ai suoi intimi pensieri possono emergere e mostrarsi davvero.

Ma ciò che il maresciallo Giuseppe De Benedittis trova nei diari dei giovani Filo e Rullo, porta in superficie un passato tremendo e inquietante, affossato dal peso del tempo, che ha cercato di soffocare con tutte le proprie forze ciò che non doveva tornare alla luce. Eppure le cicatrici sono rimaste, anche dopo venti anni, segni indelebili di un dolore che non può essere cancellato.

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Recensione: “Olga di Carta – Jum fatto di buio” di Elisabetta Gnone

« Guardò verso l’alto: non aveva pensato che il vuoto lasciato dal bosco avrebbe aperto la strada al cielo. E che da esso sarebbe venuta la magia che in quel momento, davanti ai suoi occhi, stava creando un nuovo mondo, solo per lei. »

In una gelida giornata d’inverno, nel paese di Balicò, Olga Papel ricominciò a raccontare.
I paesani l’attendevano, come il sole al mattino, per tornare a fantasticare su quelle stravaganti storie. Fino ad allora avevano provato come un vuoto, una mancanza. La sua assenza era uno squarcio da ricucire. Tra un brivido e l’altro, sia di freddo sia di timore, chi ascolta arriva a scoprire che stavolta il protagonista è proprio quel vuoto.
Jum è il suo nome, invisibile e inudibile.
Fatto di buio, nel silenzio si muove rumoroso, solo l’anima lo può percepire. Sussurra parole malevoli e si nutre di lacrime, specchio di un dolore così intenso da lasciare traccia. Perché quando si perde qualcosa, il vuoto esiste, e assorda e abbaglia.
Se non è vero che Olga ha vissuto ognuna delle sue avventure, si può stare certi che chiunque alla presenza di Jum si sia sentito al centro di tutto. Il dolore allontana, ma accomuna chi come un libro vuole aprirsi e mostrare le proprie pagine: Olga, sottile come carta, è pronta a sfiorarle e risanarle.

Esattamente come la sua creatrice, Elisabetta Gnone, che come una musa giunge ancora una volta al cuore di chi legge le storie da lei scritte. Mi sono sempre sentita al sicuro nel suo mondo di fantasia e stavolta posso affermare che più che essere tornata bambina ho trovato un nuovo modo per essere adulta.
Quando si cresce si trova molta più difficoltà a gestire gli eventi dolorosi di quanto non si riesca a fare da piccoli. Il carico della vita è sempre più sovrastante e concreto, così come gli impedimenti e gli imprevisti che adesso tocca affrontare in prima persona. Inutile negarlo: ci si sente persi. Come se qualcosa non fosse al suo esatto posto. Ma nell’oscurità bisogna sempre trovare il modo di sorridere e la nuova storia di Olga serve proprio a questo. Scaccia la paura per fare posto alla meraviglia, che si scova frammento dopo frammento in ogni pagina, fino al finale che sprona ad un nuovo atteggiamento e modo di pensare.

Per citare un’altra grande maestra di vita, colei che ha creato il mago più famoso del mondo: “La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi… se solo uno si ricorda di accendere la luce.”

Che di un libro se ne etichetti il genere è ormai cosa consueta. Ma “Jum fatto di buio” è libero da identificazioni, impreciso come il vuoto perché si adatta ad ogni persona che lo prende in mano. Sa parlare al singolo in maniera personale e segreta.

Tu, lettore, fatti custode dei preziosi insegnamenti e vivili, portando con te la magia che aleggia innominata nelle parole di Olga. Ridi, osserva il tuo Jum e ridi. Solo così saprai colmarlo e da ogni caduta ti rialzerai più forte.