Blog Tour: “Storie per genitori appena nati” di Simone Tempia – Intervista all’autore

Titolo: Storie per Genitori Appena Nati
Autore: Simone Tempia
Illustratore: Roberto La Forgia
Editore: Rizzoli Lizard
Pubblicazione: 10 novembre 2020
Pagine: 176 p., ill. , Rilegato

Trama:

La cosa davvero bella è che questo è un libro. Non un manuale, o un blog, cioè le forme che oggi in genere sceglie chi vuole condividere esperienze e/o saperi. No no, è un libro: con i suoi paragrafi e capitoli, l’io narrante e le terze persone, la sua dose di realtà e quella di fantasia, i linguaggi che cambiano tono e ritmo, e anche la sua utilità, o necessità, come preferite chiamarla. E una caratteristica di chi scrive libri è quella di avere, a un certo punto, il coraggio, e la generosità, di fidarsi di loro e lasciarli andare. Esattamente come si dovrebbe imparare a fare anche con i figli.

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Blog Tour: “Falce” di Neal Shusterman – Intervista a Lia Tomasich

Oggi, per il Blog Tour dedicato a “Falce” di Neal Shusterman, vi presento l’intervista a Lia Tomasich, la traduttrice che si è occupata dell’adattamento italiano di questa bellissima opera!
Sono davvero felice e onorata che abbia voluto dedicare del tempo a questo evento e la ringrazio nuovamente per questo.

Di seguito, domande e risposte!

Buongiorno Sig.ra Tomasich, grazie per avermi concesso questa intervista. 

“Falce” di Neal Shusterman è un romanzo ricco e davvero articolato, pieno di termini specifici che vanno a caratterizzare il vasto mondo creato dall’autore. Qual è l’aspetto più interessante e quale il più complesso della traduzione di un’opera di questo tipo?

Tradurre narrativa fantastica è sempre più complicato di altri generi: ci sono nuovi mondi, nuovi concetti e quindi nuovi termini. È un lavoro che può implicare una lunga ricerca, perché capita che a volte un traducente non riesca a soddisfare del tutto. È una continua mediazione tra il rispetto dello stile dell’autore e lo sforzo di rendere un testo in modo esatto e compiuto, ma che abbia anche una giusta musicalità e un giusto ritmo nella lingua di destinazione. L’aspetto più interessante è la scoperta graduale di una storia, è la stessa esperienza che fa il lettore quando inizia un libro.

È stato difficile mantenere la fedeltà allo stile di scrittura di Shusterman?

Direi di no, credo che sia uno degli autori con cui mi sono sentita più in sintonia, dal punto di vista dello stile. E forse anche perché la storia mi ha appassionato subito, fin dalle prime righe. Il romanzo solleva molte implicazioni morali ed etiche che spingono a una profonda riflessione. Non sono questioni banali, soprattutto alla luce del periodo che stiamo vivendo, e hanno un forte impatto emotivo.

Qual è il primo passaggio di un lavoro di traduzione?

Vorrei poter dire la lettura preliminare del testo, ma i tempi purtroppo non lo permettono. Tradurre per me è un po’ come entrare in una specie di trance. L’approccio è, come ho detto sopra, simile a quello del lettore che si sente trascinato in una nuova storia. Mi coinvolge a livello emotivo, e questo mi spinge a dare il massimo per rendere nel modo migliore il pensiero dell’autore, le sensazioni, le tensioni, le emozioni che vuole trasmettere. Non voglio dire che questo avvenga sempre, ci sono anche opere che non arrivano a toccare queste corde in me. Se però scocca la scintilla, allora il coinvolgimento, l’immedesimazione è molto forte.

Con quale criterio si decide se un termine verrà tradotto piuttosto che riportato come in originale? 
Confesso che non mi piace lasciare un termine non tradotto; ci sono molti esempi di traduzioni riuscitissime, penso a Harry Potter, per esempio. La lingua italiana è ricca, quindi ci provo sempre, anche se a volte è chiaro che lasciare un termine in originale è la scelta migliore.

Quali sono le tempistiche di traduzione per un libro come “Falce”? 

Mi ci sono voluti tre mesi per la traduzione e una ventina di giorni per rileggerlo. Avrei preferito avere più tempo, ma d’altra parte se si inizia a controllare un testo, poi non si finisce più. Cerco sempre di trovare la traduzione giusta per ogni frase al primo colpo, per non doverci ritornare sopra in fase di rilettura, che poi è solo una scorsa veloce. È un lavoro lungo e complesso, specialmente quando si incontrano concetti particolari che richiedono un approfondimento, o anche poesie, filastrocche, enigmi. Trovare la rima e mantenere il senso voluto dall’autore non è sempre facile. Soprattutto quando ci sono giochi di parole, che hanno un senso in una lingua, ma che è difficile ricreare in un’altra.
Quali consigli darebbe a una persona che si approccia al lavoro di traduttore?
A chi desidera avvicinarsi alla traduzione di narrativa il mio consiglio è leggere molto, che poi è lo stesso consiglio che si dà a chi vuole scrivere. Ma questo non basta: ci vuole cura, precisione, ricerca e non lasciarsi mai abbattere, perché a volte succede.

Si occuperà della traduzione dei prossimi capitoli della serie? Può darci qualche anticipazione?

Sto finendo il secondo volume in questi giorni. Come anticipazione, credo che nel primo libro abbiano inserito il primo capitolo del secondo volume, che posso già dire presenterà grandi colpi di scena. Non dico altro, non voglio togliere ai lettori la gioia di scoprirlo da soli. E poi ora saranno occupati a leggere il primo, no? Scoprire la storia di Neal Shusterman sarà una grande esperienza per loro, almeno quanto lo è stata per me.

Grazie mille per aver risposto alle mie domande!

Grazie a voi!

Blog Tour: “Le parole lo sanno” di Marco Franzoso – Intervista all’autore

In questa tappa del Blog Tour dedicato al libro “Le parole lo sanno”, edito da Mondadori, approfondiamo la conoscenza del suo creatore, Marco Franzoso, che ringrazio infinitamente per il tempo che ha voluto dedicarmi. Di seguito trovate le domande poste e le risposte fornite.

Buongiorno Marco, grazie per avermi concesso questa intervista. Parliamo del suo ultimo libro, “Le parole lo sanno”. Si presenta come una storia che dal dramma ricerca con costanza, dedizione e passione un inno all’amore e al vivere la vita, che può essere trovato anche attraverso la lettura. Il protagonista, Alberto, si trova ad affrontare un momento molto delicato e lo fa cercando di aggrapparsi alle piccole cose. Qual è stato il processo creativo che l’ha portata alla realizzazione della trama?

Il lavoro è stato molto lungo, ci ho impiegato anni per potere scrivere questa storia. Fino a quando ho capito che non dovevo forzare i miei personaggi, ma dovevo lasciarli liberi, ascoltarli, scoprire la storia insieme a loro. Da quel momento tutto è fluito velocemente e naturalmente. È un po’ come accade ai miei due personaggi, Alberto e Flavia. Il romanzo prende il volo proprio quando smettono di forzare le cose e si mettono in ascolto l’uno dell’altra. 


Ci sono stati momenti in cui trovare le parole giuste è stato difficile?

Sì, particolarmente in un romanzo come questo, dove ogni dettaglio diventa fondamentale. La difficoltà maggiore è stata trovare la lingua, o meglio la voce con cui ciascuno dei miei due personaggi parlavano. Cioè quando ho capito chi erano davvero dietro le maschere che ciascuno dei due, almeno per un po’, hanno indossato. Ho dovuto smascherarli con calma, senza forzarli, senza che trovassero degli stratagemmi per difendersi. Poi, quando hanno avuto la mia fiducia, si sono lasciati andare e hanno fatto tutto loro. 

Il libro ha una caratteristica in particolare, che si scopre solo continuando a girare le pagine: è un fiume in piena di parole, disposte ordinatamente l’una accanto all’altra, quasi senza pause, se non brevi spazi vuoti occupati solo dal bianco della carta. Come mai questa scelta di narrazione, senza ricorrere alla classica suddivisione in capitoli?

Per entrare dentro il flusso della vita di Alberto, per dare continuità ai suoi pensieri e al passare del tempo. Volevo che il lettore vivesse insieme a lui queste sensazioni e la sua trasformazione.

C’è qualcosa di autobiografico in quello che scrive?

C’è sempre qualcosa di autobiografico in ciò che si scrive. Questo è un degli aspetti più belli della scrittura. Ti costringe, o meglio ti aiuta a vedere le cose che ti appartengono con maggiore lucidità. Vedi te stesso attraverso le storie che racconti. È sempre una scoperta.

Il suo stile di scrittura è caratterizzato, a mio avviso, da una sottile vena poetica che si espande all’interno della storia creando in ogni pagina un’atmosfera sospesa tra realtà e mondo onirico. C’è uno studio dietro?

Sì. Volevo che la storia fosse radicata nella realtà, nel nostro mondo, in una quotidianità che tutti conosciamo. Ad un certo punto, però volevo che i miei personaggi spiccassero il volo, scoprissero la loro parte migliore, pure se innestata dentro le difficoltà della vita. Trovassero la forza, o meglio il desiderio, di credere in se stessi e andare lontano. Sognare, cioè vivere, una vita migliore, quella che si meritavano da sempre di vivere. È un romanzo che apre, che fa sperare, che dà luce. Che fa ritrovare ciò che si era inavvertitamente perduto.

Chi è Flavia?

Flavia è una giovane donna, madre da pochi mesi. Vive una situazione difficile in famiglia e trova riparo e pace solo in un parco cittadino. È una donna che racconta, nel romanzo conosceremo i suoi segreti più intimi, e proprio grazie al racconto che fa di se stessa si trova. Anzi, trova una persona molto migliore di quanto pensava.


Quello che ci troviamo ad affrontare in queste settimane apparentemente interminabili è un periodo buio, soprattutto per la situazione specifica italiana. Mi trovo spesso a cercare nelle parole di coloro che con le parole stesse ci lavorano, un barlume di speranza e positività. Riesce a trovare le parole adatte a certe circostanze? 

È difficile. Ogni volta che ci si pensa e che si azzarda una risposta sembra sempre di sbagliare. È un momento molto complicato, e dal punto di vista sanitario inimmaginabile. Dal punto di vista personale, però, penso che possa rappresentare anche una occasione per molti di noi. Lo stesso che è accaduto ai miei personaggi, infondo, entrambi sono stati costretti a fermarsi. Ma ne hanno approfittato, e questo li ha aiutati a vedere il mondo e soprattutto se stessi in modo diverso. Si sono trovati. Credo che oggi più che mai abbiamo bisogno di buone storie, di buoni racconti. Credo che potremmo imparare molte cose su di noi da questa situazione così complicata.

Che cosa sanno le parole nella sua vita di tutti i giorni?
Le parole sanno tutto. Diamo troppo poco peso alle parole, siamo sempre più abituati a scriverle e a sapere che in breve tempo verranno dimenticate, dal prossimo post, dal prossimo messaggio di testo, dal prossimo messaggio vocale. Dovremmo avere più fiducia nelle parole e ascoltarle. Non solo quelle degli altri, ascoltare anche le nostre.

Blog Tour: “Morte senza Resurrezione” di Roberto Martínez Guzmán

Buongiorno e buon lunedì! In collaborazione con altri blog, vi presento “Morte senza Resurrezione” , libro thriller di Roberto Martínez Guzmán.
Una serie di omicidi minaccia la tranquilla città di Ourense, senza che tra di loro vi sia nessun nesso apparente. Ma un segno distintivo lasciato dall’assassina conferma che sono stati commessi tutti dalla stessa persona: Emma, una ragazza estremamente intelligente con un piano elaborato e un motivo che la porta ad agire in quel modo. Sarà Eva, ispettore di polizia, ad occuparsi del caso. Comincia così una corsa contro il tempo per evitare altre morti. 
Potete acquistare il libro qui.



TAPPE

4/9 – Intervista autore – The Mad Otter (https://the-mad-otter.blogspot.it/)
5/9 – Presentazione personaggi – Over the hills and far away (http://nalie-overthehillsandfaraway.blogspot.it/)
6/9 – Intervista traduttrice – Book Lover (https://booksserial.blogspot.it/)
7/9 – Estratti – Sognare (https://sognare2017.wordpress.com)
8/9 – Playlist – Dipendente dai libri (http://dipendentedailibri.blogspot.it/)
9/9 – Cinque motivi per leggere il romanzo – Milioni di particelle (https://milionidiparticelle.wordpress.com/)
10/9 – Recensione – Different Magazine (http://www.differentmagazine.it/)
Come potete vedere, oggi potete leggere l’intervista all’autore. Buona lettura!
1. Ciao Roberto! Per iniziare, per coloro che ancora non ti conoscono, potresti dire chi c’è dietro Roberto Martínez Guzmán?

Be’… penso di essere una persona normalissima: sono un impiegato pubblico della giunta regionale della Galizia, cui è sempre piaciuto scrivere e raccontare storie e che, negli ultimi anni, ha deciso di far vedere al pubblico ciò che scrive.

2. Come succede che una persona come te un giorno dice “scrivo un libro”? Avevi quest’aspirazione fin da piccolo o si è forgiata nel corso degli anni?

È una cosa che ti nasce dentro. Mi è sempre piaciuto, più che scrivere, raccontare storie. Un giorno ti butti perché credi di avere una storia che può interessare ad abbastanza persone e, a partire da lì, scopri che quello che racconti in realtà piace a molta più gente di quanto avevi sempre pensato e allora decidi di fare della scrittura qualcosa di più di un hobby.
3. Quanto ci hai messo a scrivere il romanzo?

In tutto sei mesi. Più o meno, ne ho impiegato uno per abbozzarla, quattro per scriverla e uno per correggerla.

4. È difficile pubblicare un romanzo come questo senza una casa editrice alle spalle che ti appoggi e, già che ci siamo, non hai provato a proporti a nessuna casa editrice?

Più che essere difficile, quello che succede è che ci vuole tanto tempo. Difficile non è, perché per la pubblicazione puoi contare sulle piattaforme digitali e per la promozione puoi contare sui social network. Per quanto riguarda le case editrici, ti dirò che all’inizio non ho pensato di mandar loro il romanzo perché volevo pubblicarlo integralmente su Facebook, cosa che ho fatto; poi è vero che qualcuna si è fatta sentire, però vuoi perché non ho voluto io, vuoi perché alcune di loro hanno poi smentito il loro interesse, alla fine nessuna ha concretizzato la pubblicazione.
 
5. Come vedi il mondo di internet per quanto riguarda l’influenza che ha avuto sulla diffusione della tua opera?

Un’influenza assoluta. Tutta la diffusione è cominciata da internet. Il romanzo si pubblica su internet, si vende su internet e si fa conoscere su internet. Posso dirti che non ho fatto una sola intervista né ho avuto una sola recensione al di fuori di internet.
6. Qual è stata l’accettazione di “Morte senza resurrezione” in formato cartaceo?

Peggiore di quella dell’ebook, ma era una cosa che mi aspettavo. Devi considerare che, come ho detto, tutta la promozione è stata fatta su internet, il romanzo non si vende nelle librerie e non è stato pubblicato da una casa editrice. Con queste condizioni, è normale che le vendite dell’ebook siano di molto superiori a quelle del formato cartaceo.
7. Hai ricevuto delle critiche e come le hai incassate?

Sì, ho ricevuto dei commenti negativi. Li leggi, li valuti (perché alcuni, soprattutto su Amazon, sono malintenzionati e hanno il solo scopo di affondare i libri altrui) e, se ritieni che sono sinceri, prendi nota di quello che non è piaciuto per tenerlo a mente. Ad ogni modo credo di essere un privilegiato, perché ti assicuro che metterei la firma per avere, per i miei prossimi romanzi, la quantità di commenti negativi che ho ricevuto per questo.
8. Immagino che per te l’irruzione del libro elettronico sarà stata positiva, dato che grazie a questa ti sei fatto conoscere, ma hai qualche obiezione da aggiungere?

I libri elettronici sono più economici dei libri cartacei. Questo ne fa il mezzo ideale affinché uno scrittore debuttante possa farsi conoscere. Perché? Perché in pratica un libro cartaceo costa otto o dieci volte quanto un ebook autopubblicato. Ciò significa che un lettore può dare un’opportunità a otto o dieci autori che non conosce e valutarne la qualità senza troppo impegno, perché se gliene piace anche solo uno avrà recuperato l’investimento. Invece quando si compra un libro cartaceo di solito si scommette su autori noti, perché se compri un libro e ti delude avrai buttato via un bel po’ di soldi. È questo il grande vantaggio dei libri elettronici, che compensa abbondantemente qualsiasi punto a sfavore.
9. Lavoro, figli, ecc… In che momento della giornata ti metti a scrivere? Lo scegli, lo programmi o cerchi di trovare tempo qua e là quando puoi?

Non ho dei momenti specifici per scrivere. Trovo tempo quando posso e quando sono completamente immerso in un romanzo divento abbastanza ossessivo. Praticamente vado in giro come uno zombie, pensando continuamente al romanzo. Poi, una volta concluso, mi rilasso e comincio a pensare al successivo, a valutare le diverse possibilità, le storie, le trame, ecc. Questa fase me la prendo con più con calma.
10. La scrittura e la vita personale ti lasciano tempo per leggere? Per scrivere un romanzo come questo, possiamo sapere quali sono i tuoi gusti letterari, chi legge Roberto Martínez e, se sì, cosa stai leggendo adesso?

Mi lasciano poco tempo, meno di quanto mi piacerebbe. Inoltre quando mi concentro su un romanzo, come adesso, non leggo niente, non faccio altro che scrivere. Sui miei gusti, sono diversi: romanzi storici, di suspense, narrativa per ragazzi… Mi piace qualunque storia sia raccontata bene, di qualsiasi genere sia.
11. Da dove proviene l’ispirazione: dal cinema, da altri romanzi, dai videogiochi?

Da tutte le parti, anche dalla vita reale. Molti personaggi si ispirano a persone che esistono davvero e alla cui personalità dai la svolta necessaria per far sì che si adatti alla tua storia. Per fare un esempio: Isaac, uno dei personaggi, si ispira al ministro West e nel modo in cui mi immaginavo che fosse nella sua vita privata; il nome, che non riuscivo a decidere, me l’ha ispirato un bambino di sei o sette anni che ho trovato un giorno in un bar, dove stava facendo impazzire i genitori con le sue marachelle.
12. “Morte senza resurrezione” è un romanzo del genere noir; ti consideri un fan di questo genere o ce ne sono altri con cui ti senti di più a tuo agio o te la cavi bene in tutti gli stili?

Credo che questo sia lo stile che si adatta meglio al mio modo di scrivere ed è quello che mi piace di più. Ad ogni modo penso che un buon autore dev’essere capace di scrivere un romanzo di qualsiasi genere.

13. Sulla tua opera, che si svolge durante la Settimana santa: ti consideri un amante della Settimana santa o hai scelto quella data per caso? Hai fatto fatica a trovare il titolo giusto?

No, l’ho ambientata nella Settimana santa perché erano dei giorni che si adattavano bene alla storia, tutto qui. Volevo semplicemente inserire la storia in una cornice. Ho preso in considerazione altre date, ma non mi sono sembrate altrettanto adatte. E per quanto riguarda il titolo, no, non ho fatto troppa fatica a trovarlo.
14. C’è stato qualche momento di crisi mentre scrivevi il romanzo, in cui ti sei sentito in difficoltà o sei rimasto in bianco?

In bianco mentre scrivevo, no. All’interno della trama sì, c’era un omicidio che doveva prodursi in base a tutta una serie di condizioni ed elaborare quella parte mi è risultato particolarmente difficile.

15. Ci sono scrittori che hanno l’abitudine di visitare i luoghi su cui scrivono per documentarsi in vista delle descrizioni che faranno. Hai fatto anche tu qualcosa di simile o non è stato necessario?

Non è stato necessario perché tutti i luoghi di cui si parla nel romanzo li conosco in persona da molti anni. Cosa che mi ha fatto risparmiare un sacco di tempo.
 
16. Leggeremo presto qualche altra tua opera?

Probabilmente sì. Prima che finisca quest’anno spero di aver concluso il mio prossimo romanzo. Poi la pubblicazione dipende da vari fattori: se decido mandarlo a qualche casa editrice, se mi decido a tradurlo in galiziano, ecc. Queste cose non le ho ancora decise e possono cambiare di molto i tempi, per cui non posso darti una data prevista.

Blog Tour: “The Gift – Katie Corfield. Libro I” di Rebecca Daniels – Terza Tappa

Benvenuti nella terza tappa del blog tour dedicato a “The Gift – Katie Corfield. Libro I” di Rebecca Daniels, edito per Dunwich Edizioni, un libro veramente bello e adrenalinico, di cui spero di potervi parlare più nello specifico a breve.

TAPPE

INTERVISTA

Ho avuto l’onore e il piacere di intervistare l’autrice, di seguito vi lascio le domande e relative risposte.

Buongiorno, Rebecca! E’ un piacere poter avere l’occasione di intervistarti.

Io e altre blogger abbiamo avuto l’occasione di leggere in anteprima “The Gift”, che personalmente ho apprezzato molto fin dalla lettura della sinossi. Siamo certe che saprai conquistare il cuore di molti lettori italiani. Come presenteresti al pubblico la tua storia?

Non sono mai stata tanto brava con le definizioni, ma lo presenterei come un thriller paranormale.

Quando hai iniziato a pensare di scrivere un romanzo?

In un modo o nell’altro ho sempre scritto, anche se i primi racconti erano tendenti più al fantasy… anche il primo romanzo vero e proprio. Poi ci sono stati anni in cui sono stata lontana dalla scrittura per motivi personali, ma mi ci sono rituffata quasi a scopo terapeutico, direi. Ora come ora non so se sarei in grado di rinunciare alle mie sessioni quotidiane.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro come “The Gift”? Quanto ha inciso il tuo lavoro in questo?

In effetti è nato proprio grazie al mio lavoro. Operando nel settore dell’industria farmaceutica ne senti di tutti i colori. E una volta un medico mi raccontò che una sua paziente cercava un farmaco che la aiutasse perché ogni volta che si trovava vicino a qualcuno addormentato finiva per vivere i sogni del dormiente ed erano esperienze terrificanti. Ora, probabilmente la persona in questione aveva parecchi problemi, ma l’idea per il dono di Katie è nata lì, da un evento raccontato durante una pausa caffè.

Parliamo dei personaggi. Qual è il tuo preferito? Ti rispecchi nel personaggio di Katie? Il tuo rapporto con Matt?

Il mio personaggio preferito nella saga di Katie ancora non è apparso, anche se è stato nominato diverse volte. Mi riferisco al professor Garcia, che farà la sua comparsa nel secondo volume. Il personaggio di Katie di sicuro mi rispecchia per diversi aspetti (la tendenza a evitare il contatto fisico, per esempio) ma per molti altri anche Matt ha delle caratteristiche mie. Anch’io come lui farei di tutto per le persone a cui voglio bene, arrivando anche al punto di rischiare la vita.

Se dovessero proporti la sceneggiatura del film di “The Gift”, da quali attori si comporrebbe il tuo cast ideale?

Okay, sogniamo un po’ a occhi aperti. Nel ruolo di Katie vedrei bene Deborah Ann Woll mentre nel ruolo di Matt direi Chris Hemsworth. E visto che adoro Ryan Gosling, gli lascerei fare il Mancini minore, mentre per il maggiore ci vorrebbe un villain d’eccezione, come l’Al Pacino dei tempi d’oro. Per il ruolo di Daniel vedrei bene Jared Padalecki, anche se forse Sam Winchester è troppo alto per come ho immaginato il figlio del boss.

La trama del libro presenta un’esperienza diretta che hai voluto raccontare perché particolarmente importante per te?

Be’, a livello inconscio – e neanche tanto, a pensarci bene – per me era importante esorcizzare la paura di vedere un familiare in coma. Vedere un proprio caro vivo ma attaccato alle macchine è qualcosa che ti cambia l’esistenza. Sei lì e cerchi di capire a cosa stia pensando, se è in qualche modo presente o se è soltanto in standby e alla fine vorresti soltanto poter fare qualcosa per riportarlo indietro. E invece sei lì, impotente, e puoi solo guardare e pregare.

C’è qualcosa che ti ha soddisfatto e resa orgogliosa di aver iniziato un percorso tanto complesso come la stesura di un libro? Una frase da te scritta, per esempio?

Be’, il vero motivo di orgoglio sarebbe riuscire a conquistare i lettori con le avventure di Katie, ma è presto per dirlo.

Hai avuto difficoltà durante la scrittura del manoscritto?

Qualcuna, soprattutto quando mi sono trovata ad affrontare i POV maschili. Sono le parti che hanno avuto bisogno di più lavoro perché non risultassero artefatte. Spero di esserci riuscita.

Cosa vorresti trasmettere principalmente ai tuoi lettori?

Mi piacerebbe riuscire a far provare loro quello che provano i miei personaggi. Mentre scrivo ciò che accade vivo in prima persona le loro sensazioni e le loro paura. Il mio obiettivo è quello di ottenere lo stesso risultato con i lettori e questo al di là della vicenda raccontata (che spero comunque risulti avvincente!).

Quali sono i tuoi autori preferiti? Qualcuno di questi ha saputo ispirarti?

Ti cito le mie tre autrici preferite che sono Patricia Cornwell (anche se gli ultimi romanzi mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca), Kathy Reichs e Karin Slaughter. Ma cerco di imparare da qualunque libro mi capiti tra le mani (e sono parecchi).

Anticipazioni su tue opere future?

Sto lavorando al seguito di The Gift, per il momento ancora senza titolo. A occhio e croce dovrebbe venire fuori una storia parecchio più lunga rispetto al primo volume.

Dicci qualcosa che ancora non ti è stato chiesto.

Vediamo… non mi avete chiesto nulla della copertina italiana, ma penso sia fantastica e racchiude alla perfezione il concetto di perdersi in una mente altrui. Non avrei potuto chiedere di meglio e non posso far altro che ringraziare Circecorp Design per l’ottimo lavoro.

Grazie mille per averci dedicato parte del tuo tempo. In bocca al lupo per il tuo debutto letterario!

Grazie infinite a te per avermi ospitata e per il tuo tempo!

GIVEAWAY

Seguendo il tour dal 26 Giugno al 2 Luglio, potete avere la possibilità di vincere una copia digitale del libro. Le regole sono: 

– Mettere “mi piace” alla pagina di Dunwich Edizioni
– Diventare lettori fissi
– Commentare le tappe
– Condividere ogni tappa taggando 3 amici

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