Review Party: Recensione di “Nella mente di Sherlock Holmes. Il caso del biglietto misterioso” di Cyril Liéron e Benoit Dahan

Sotto gli effetti dell’assunzione di cocaina, Sherlock Holmes ascolta Watson parlare. Solo l’arrivo nel loro appartamento di un nuovo stimolante caso da risolvere riesce a ridestare l’attenzione del detective e indagare verso la risoluzione.

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Review Party: Recensione di “Le Black Holes” di Borja Gonzalez

In una notte tanto comune quanto magica del 1856, una ragazza senza nome passeggia tra gli arbusti e, per quello che apparentemente potrebbe sembrare il caso, s’imbatte in uno scheletro animato. Con lui cammina, parla e osserva il cielo stellato. Una domanda sorge in entrambi: lo scheletro è morto o può essere definito vivo? Nessuno lo sa, nemmeno lui stesso.
In una notte tanto comune quanto magica del 2016, un trio di ragazze scatenate si unisce per fondare il gruppo musicale “Le Black Holes”, senza avere il talento o le capacità che potrebbero portarle al successo.
Fatti inspiegabili si susseguiranno dal momento in cui cominceranno a suonare, accavallandosi alla storia di Teresa, che in un’epoca lontana vive una vita incompresa fatta di storie fantastiche che nessuno vuole ascoltare.

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Review Party: Recensione di “Heartstopper – Volume 1” di Alice Oseman

All’alba di quella meravigliosa età chiamata adolescenza, Charlie può già godere di una certa popolarità a scuola ma soprattutto vivere la propria omosessualità con libertà, nonostante un passato burrascoso tempestato di bulli. Il caso gli fa conoscere Nicholas Nelson, di un anno più grande e noto per far parte della squadra di rugby della scuola. Nicholas si dimostra subito solare ed estroverso nei confronti di Charlie, che rimane affascinato dal ragazzo tanto da invaghirsene in poco tempo. La proposta di Nich di entrare con lui nella squadra non fa altro che avvicinarli; mentre Charlie spera e teme la reazione dell’amico di fronte a un suo interesse, molto ancora dovrà scoprire dell’amore e della sessualità.Con un tratto morbido ed essenziale, Alice Oseman ha costruito una storia dai toni romantici e spensierati, esponendo un tema come la sessualità con una naturalezza estrema. Qui possiamo vedere due lati da una medaglia, rappresentati dai protagonisti: se da un lato Charlie ha ben chiaro il suo orientamento nonostante la giovane età, Nicholas ha ancora tutto da affrontare e analizzare. Le sue difficoltà, però, vengono esposte con dolcezza e senza essere sminuite, così come il bullismo: i temi “negativi” turbano al punto giusto ma omettendo l’eccesso di angoscia che invece caratterizza altre opere di questo tipo. L’ho apprezzato molto, perché con semplicità e la giusta dose di serietà trasmette al lettore gli stessi messaggi positivi di tanti altri libri. Charlie e Nich sono al loro debutto e ancora devono scoprire il vero significato dell’amore e soprattutto di cosa significa stare insieme.

La lettura scorre piacevole e delicata, fino all’epilogo che ha giustamente un cliffhanger e sono davvero curiosa di sapere come la storia andrà avanti. Attendo impaziente il secondo volume e consiglio caldamente la lettura del primo, per una storia adolescenziale che sa intrattenere i giovani e far sospirare coloro che l’adolescenza l’hanno già passata.

Review Party: Recensione di “Electric State” di Simon Stålenhag

In un mondo in cui la società si può collegare alla realtà virtuale, una giovane ragazza e un robot giallo si affiancano l’un l’altro in quello che parrebbe a tutti gli effetti essere un viaggio. Di fronte a loro si espande una realtà totalmente in degrado, tra coltri di polvere e ammassi di ferro e metallo sparsi al suolo. Con il loro avanzare, l’ambiente muta e perisce, sotto il peso dell’inaridimento e delle risorse prosciugate. Metafora di una civiltà sull’orlo della fine che non ha più cura per nulla se non per il proprio tornaconto personale.Come capitato con “Loop”, la cui opera è stata anche trasposta in una notevole serie tv, Simon Stålenhag mette la firma su una nuova ipnotizzante opera, caratterizzata da scenari tanto affascinanti quanto moralmente pesanti. Ogni tavola è studiata con un’accuratezza estrema, che si può osservare sia nei panorami che nei soggetti in primo piano, visivamente essenziali ma carichi di vita propria. Analizzando le immagini non si può non rimanere assordati dal silenzio opprimente da cui sono caratterizzate, come se i personaggi fossero rimasti fissi in quell’istante o si stessero muovendo così lentamente da risultare impercettibile. Alberga una quiete sacra, che al contempo trasmette irrequietezza, tensione e trasformandosi in attesa, di qualcosa che deve di certo avvenire l’istante dopo aver chiuso la palpebra. Questo è dato anche dall’utilizzo di colori prevalentemente cupi, illuminati però dai giochi di luce, naturale e artificiale, che contribuiscono a dare quel poco che basta di respiro all’insieme. I grandi mostri di metallo emergono dallo sfondo impressionando per il cambiamento tecnologico che guarda al futuro ma calati in un contesto primitivo che richiama il passato. Questo è dato dal progresso, che ha sempre più spinto l’umanità a calarsi nel virtuale con la conseguenza che anche quel poco di cura per l’ambiente esterno è venuto totalmente meno.
Se in “Loop” sono presenti storie molto brevi, quasi accennate, in “Electric State” la trama è unica, lineare e gioca un ruolo più importante che va a equilibrare il valore visionario dell’autore, dando alla vista e all’immaginazione continuità e un maggiore significato. Non esistono più occhi in cui riflettersi, se non in quelli metallici e spenti dei droni ammassati qua e là in un intreccio di circuiti che li fa sembrare ancora più terrificanti.
La storia della protagonista è lunga e intensa, il linguaggio utilizzato le dona forza e energia in contrasto con gli avvenimenti che man mano narra. Ho trovato davvero interessante seguirla e capire dove volesse andare a parare con il suo racconto.

“Electric State” è un’opera fantascientifica degna di essere letta e un’esperienza artistica che deve essere vissuta sulla propria pelle. L’arte di Stålenhag mi è entrata ormai nel cuore per il tratto distintivo e la capacità di incantare attraverso l’essenziale arrivando fin nel profondo.

Review Party: Recensione di “Grass Kings – I Re della Parateria” di Matt Kindt e Tyler Jenkins

Le origini di un popolo hanno radici profonde nella terra natia, un luogo che per secoli ha visto passare su di sé le stagioni e il loro peso, dal caldo al freddo, l’evoluzione culturale e tecnologica, ma soprattutto il sangue versato per dimostrare l’appartenenza.Questo è ciò a cui si viene introdotti nelle prime pagine di Grass Kings, una graphic novel che illustra una terra selvaggia che diviene sempre più all’avanguardia, ma che non dimentica il proprio passato e il desiderio di coloro che vogliono costantemente rivendicare il proprio dominio. Il Regno della Prateria è governato da tacite leggi che prendono forza dagli antichi antenati e sprofondano nell’amore spropositato per la terra in cui si vive, quella stessa terra selvaggia teatro di scontri di cui sembra si possano ancora sentire gli echi.

In un delicato equilibrio tra pace e tranquillità, si snoda la storia di tre fratelli, i Re che custodiscono i confini della propria casa ogni giorno con dedizione estrema. Ma il male può annidarsi dove meno ce lo si aspetta e attendere anche degli anni prima di uscire allo scoperto e infettare come un morbo, per seccare fino all’ultimo granello di terra. Così, i combattimenti per il possesso assoluto sembrano dover inevitabilmente ricominciare.

Attraverso un’atmosfera di calma apparente, si assiste con sempre più prepotenza agli incubi che dalla notte iniziano a tormentare anche il giorno, attraverso uno stile di disegno semplice nei tratti ma potente nei colori. Come su una tavolozza, si passa di pagina in pagina dalle sfumature chiare e soffocanti del paesaggio a quelle violacee e fredde degli animi dei personaggi, sempre più minacciati e sempre meno al sicuro. Il tutto in un ambiente rurale, che nonostante il progresso sembra rimanere comunque indietro rispetto all’America fatta di palazzi con altezze vertiginose, luci e odori forti, persone che si riversano tra le strade come tante formiche.

“Grass Kings” è un inno al patriottismo e all’indipendenza che sfoggia con orgoglio non solo i legami umani ma anche il dolore della perdita e del rimorso attraverso uno stuolo di personaggi che fanno riflettere e commuovere. Riscoprire valori del passato potrebbe essere, se lo si prende dal verso giusto, un modo per migliorare il presente e sconfiggere le minacce più comuni della vita.